La guerra delle patate

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Ho visto una cosa tristissima, mentre stavo tornando all’ufficio dopo aver fatto una commissione. Percorrevo una via, non più lunga di 200 metri, in cui ci sono quattro fast-food e un ristorante. Era l’ora di pranzo ed erano tutti affollatissimi.

Le abitudini italiane stanno cambiando e anche gli operai non si portano più il panino da casa. Vogliono qualcosa di meglio, appena cucinato. Ma questa non è la cosa triste di cui volevo parlare. Se se lo possono permettere, buon (o cattivo!) per loro.
La tristezza mi è venuta guardando un giovane seduto a un tavolo, collocato alla “come-viene-viene”, sul marciapiede proprio davanti a un fast-food. Era grasso, ma proprio enorme, così grasso che quasi traboccava dalla sedia. E mangiava da un piatto colmo di pasta, tenendoselo a pochi centimetri dalla bocca. Sembrava un animale affamato.

Mi sarei messa a piangere. Evidentemente era drogato. Drogato da cibo.

Poche sere prima, in una pizzeria, avevo osservato una famiglia, seduta accanto al nostro tavolo. Il padre e la madre mangiavano una pizza e il loro bambino aveva davanti a sé un vassoio di patate fritte, sufficiente per due persone.

La mamma lo imboccava e lui mangiava. Avrebbe potuto benissimo portarsi il cibo alla bocca da solo, ma la mamma, evidentemente, aveva piacere di servirlo.

A un certo punto, il bambino ha gridato: “Non ne voglio più!”

“Ma come, tesoro, non hai mangato niente!”

“Non ne voglio più!”

“Ci mettiamo sopra la maionese?”

“Vabbè!”

La mamma ha strizzato due bustine di maionese sulle patatine fritte, aumentando la dose del veleno fra il grasso delle patate e quello della maionese: “Ora mangia!”

“Non ne voglio più! Non mi va!”

Il cameriere si è avvicinato premuroso: “Posso portare qualcos’altro?”

“Questo mangia solo patatine... Purché mangi, lo devo accontentare... Ma adesso non ne vuole più... di solito la maionese gli piace...” ha detto la mamma con tono sconsolato, guardando me e il cameriere. “Non so più cosa fare!”

“Lo lasci senza cibo per due o tre pasti e poi vede che mangia di tutto!” stavo per dire, ma gli occhi minacciosi e preoccupati di mio marito mi hanno fatta desistere.

Ma sarebbe stata l’unica cosa savia da dire.

È normale che i bambini vogliano mangiare solo quello che li stuzzica e che piace. Perciò davanti a qualcosa meno attraente (o addirittura che non conoscono) si impuntano. Ma non si deve cedere. Mangiare un pezzetto di ogni cosa, li abituerà a diversi sapori. E se non mangiano, saltano il pranzo. Ma, la sera, si ritrovano davanti quello che non hanno voluto mangiare a pranzo.

“Ma questo è peggio di una tortura medioevale!” dite.

Non è una tortura. È una scuola di vita. Che di solito dura uno o due giorni.

Ricordo un ragazzo, a uno dei primi campi a Poggo Ubertini, più di 50 anni fa, che non voleva mangiare le patate lesse.

“Io le mangio solo arrostite!”

“E qui le mangi lesse!” ho detto sorridendo con fermezza.

Siamo rimasti a tavola davanti al piatto di patate, mentre gli altri ragazzi giocavano a pallone.

“Voglio andare a giocare!”

“Dopo le patate...”

Alle 5 del pomeriggio, venne la resa senza condizioni. Le patate furono consumate, e le pallonate poterono cominciare.

Ho rivisto il ragazzo dopo molti anni. Aveva fatto il soldato e messo su famiglia.

“Meno male che mi ha fatto mangiare le patate!” mi ha detto ridendo. “Al militare non c’era altro!”

Fate come dico io: insegnate ai figli a mangiare di tutto. A meno che non vogliate tirare su dei viziati, dei malati e degli obesi, drogati dal cibo. Solo dal cibo che piace loro, naturalmente.
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