Prego... Ma a che serve?

Me lo diceva una ragazza l’altro giorno.


“Chiedo al Signore di darmi più voglia di studiare e non mi risponde. Vorrei questo e quello, e Lui sembra sordo... Come lo spieghi?”

La spiegazione classica è che a volte Dio dice: “No”, altre: “Sì” e altre ancora: “Aspetta, perché non è ancora il momento”.

Molti consulenti si fermano a questo punto e dicono bene. Ma chi ha fatto la domanda rimane spesso al punto in cui era prima di averla formulata. Tutti siamo d’accordo che la preghiera è importante, ma all’atto di pregare non proviamo nessuna soddisfazione, perché non sappiamo se Dio ci ascolta davvero e se vuole darci retta o no.

Questo è il problema di cui voglio parlare. Come faccio a sapere se Dio è d’accordo con me? Come mi devo regolare? Ci sono degli ostacoli fra me e Lui, per cui non mi esaudisce?

Proprio degli ostacoli alle nostre preghiere voglio parlare per alcune volte. E spero che sarà utile.

Un primo ostacolo alle mie preghiere, che io ho riscontrato nella mia vita, è la presenza di qualche peccato non confessato e non individuato. Ora vedo dei sopraccigli che si alzano e sento dei sospiri? O sono delle obiezioni?

Calma: mi spiego. Lo so. Siamo tutti peccatori, perciò se dovessimo aspettare di essere puri e perfetti per pregare non pregheremmo mai. Il problema a cui penso è diverso. Penso a qualche peccato che non consideriamo veramente come un peccato, e che ci teniamo dentro di noi. Forse non ne parliamo con nessuno e non ne vogliamo neppure parlare col Signore. Che ne so? Forse è l’abitudine alla critica... la facilità a mormorare e a lamentarmi... un risentimento contro un parente... un’antipatia verso un collega...

Fate un po’ voi.

“Ma è una cosa che non fa male a nessuno! È una cosa solo mia!” mi dite. Forse non fa male in modo ovvio agli altri, per il momento, ma certamente fa male a me e a te, se li coviamo e coltiviamo dentro di noi.

Nel Salmo 66:18, l’autore dice: “Se nel mio cuore avessi tramato il male, il Signore non mi avrebbe ascoltato”. Un’altra traduzione dice “Se nel mio cuore avessi avuto di mira l’iniquità, il Signore non mi avrebbe ascoltato.

Sia per tramare il male, sia per rimuginare sull’iniquità, bisogna usare la mente. E la nostra mente lavora. Se siamo onesti, dobbiamo ammettere che il ricordo di un commento acido fatto da qualcuno, su un lavoro che noi avevano fatto con impegno, di una battuta sarcastica, di un grazie che non ci è tato dato, hanno l’effetto di un tarlo. Ci tornano alla mente, e si riaffacciano soprattutto mentre preghiamo. Dico bene? Sì, dico bene.

Beh, il collega, l’amico, il parente e il fratello della chiesa che mi hanno ferito o che io trovo antipatici e insopportabili, forse hanno usato la “loro” iniquità per ferirmi, ma hanno anche svegliato e stimolato l’iniquità e il male che sono in me. E a questo io devo provvedere. I sentimenti negativi che provo verso di loro (a torto o a ragione!) sono mia responsabilità, sono i miei “male” e “iniquità”, ovvero i miei “peccati”.

Il profeta Isaia (59:1,2) diceva che le nostre iniquità ci “separano da Dio ... gli hanno fatto nascondere la faccia da noi, per non darci più ascolto. Mi sembra chiaro, no?

Basta un granello di polvere per fermare un orologio e basta un nulla (o meglio, un quacosa che noi consideriamo un nulla) per sciupare e, forse, addirittura interrompere la nostra comunione con Dio.

Il rimedio è semplice: chiamare il mio sentimento, la mia tendenza alla critica, il mio rancore, col loro vero nome: PECCATO. Senza riversarne la colpa su altri.

Secondo 1 Giovanni 1:9, una mia confessione onesta a Dio, nominando specificatamente la cosa che mi ha ferita e la mia reazione negativa ad essa (definendola, senza mezzi termini, come un peccato dettato dalla mia natura peccaminosa), e la mia richiesta di perdono, mi portano la certezza del perdono di Dio. Lui è fedele e giusto e mi perdona. Così si ristabilisce la mia relazione di armonia con Lui. Oltre a questo....

Ne parliamo la prossima volta! Per oggi c’è già abbastanza materiale su cui pensare e agire di conseguenza.

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