Non si tratta solo di non bestemmiare. C’è di più


“Chi ha sete, venga a me e beva!”, grida un giovane pronto a servire l’acqua minerale e la CocaCola durante un pasto comunitario, chiamato “agape” dai credenti evangelici.

Oppure uno entra in una stanza buia, preme l’interruttore e dice: “Sia la luce!”.

Tutti e due pensano di essere spiritosi, ma, secondo me, stanno facendo quello che Dio dice di non fare: scherzare o nominare alla leggera il nome del Signore o quello che lo riguarda.

Il terzo comandamento, dato da Dio a Mosè, ordina categoricamente: “Non pronunciare il nome del Signore, Dio tuo, invano, poiché il Signore non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano” (Esodo 20:7).

Quando si vuole spiegare questo comandamento, si pensa, di solito, che sia un ordine di non bestemmiare. E chi non bestemmia si sente perfettamente a posto.

Ma c’è di più. Si possono citare detti della Bibbia scherzando, come i due nominati poco fa, o si possono raccontare barzellette che riguardano il paradiso e l’inferno. In TV le sentiamo tutto il tempo. Le troviamo stupide e non ci facciamo caso. Però un bambino mi ha chiesto se davvero in cielo si beve il caffè Lavazza! Lui non lo considerava uno scherzo.

Ma ci sono molti altri modi, molto più seri, che entrano nella categoria del “nominare il nome di Dio invano”. Per esempio?

Chi si professa credente, parla di Dio e testimonia della sua fede, ma si comporta male, nomina il nome di Dio invano. Farebbe meglio a tacere e cambiare stile di vita.

Chi frequenta i culti della sua chiesa, canta inni senza pensare a quello che dice, magari recita il “Padre nostro” e il “Credo” senza metterci la mente, nomina il nome di Dio invano. L’ho detto altre volte, ma un nostro vecchio amico diceva che dietro gli innari, la domenica mattina, si nascondono i peggiori bugiardi. Fanno promesse di ubbidienza, di consacrazione e di fedeltà e non ci pensano neppure a mantenerle.

Anche chi prega e si rivolge a Dio senza fede, nomina il nome di Dio alla leggera.

Chi predica e spiega la Bibbia a modo suo, senza badare al contesto e al vero significato del passo ma predica un suo proprio pensiero, non solo nomina il nome di Dio invano, ma attira un giudizio su se stesso e porta chi lo ascolta nell’errore.

Il nome di Dio deve essere considerato dal credente come sacro, deve essere onorato con un linguaggio rispettoso e, soprattutto, nominato con profonda devozione. La preghiera “modello” insegnata da Gesù dice proprio, “sia santificato il tuo nome”, cioè il nome di Dio sia considerato più importante di qualsiasi gioiello prezioso, custodito gelosamente.

Allora, come si usa giustamente il nome del Signore? Ci sono almeno quattro modi.

Uno: dobbiamo usare il nome del Signore per lodarlo per quello che Egli è. Adorarlo per le sue qualità. Esprimergli la nostra riconoscenza, sia in privato che in pubblico.

Due: usiamo il nome del Signore per ringraziarlo. “In ogni cosa ringraziate” ordina la Parola di Dio. I beni materiali vengono tutti da Lui, la nostra vita è un dono suo, la sua presenza è un bene inestimabile, come pure la sua protezione. Ringraziamolo e usiamo la nostra bocca per farlo.  Anche nelle minime cose scorgiamo la sua cura. Diciamoglielo.

Tre: testimoniare a altri della salvezza che Dio offre e spiegare la salvezza che Cristo ha acquistato sulla croce. Confortare chi soffre.

Quattro: dire cose buone su Dio, non lamentarsi di quello che Egli permette, incoraggiare credenti e non credenti a conoscerlo. E sopra ogni cosa, fare attenzione che le nostre parole siano il frutto di un cuore in cui coltiviamo la sottomissione e la prontezza a ubbidire anche se non ci piace quello che ci chiede. Allora difficilmente useremo il nome di Dio invano.

La Bibbia dice: “Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca” (e neppure qualche parola che parli con leggerezza di Dio e di ciò che lo riguarda), ma se ne avete qualcuna buona che edfichi, secondo il bisogno, ditela, affinché conferisca grazia (faccia del bene) a chi ascolta” (Efesini 4:29).

Provare per credere. E per ricevere una lode da Dio e non un rimprovero.
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