Azzoppato, ma salvato

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Siamo sempre nell’Antico Testamento e parliamo di Giacobbe.

Era figlio di Isacco, il quale era nato miracolosamente quando i suoi genitori, Abramo e Sara, erano vecchi e non potevano più avere dei bambini.

Isacco era un uomo di pace. Aveva sposato l’amore della sua vita, una donna molto bella e intraprendente, Rebecca. Dopo vent’anni di matrimonio erano nati due gemelli: Esaù e Giacobbe. Come non dovrebbe succedere, ma a volte succede, Esaù era il favorito del padre, mentre Giacobbe era il cocchino della mamma.

Esaù amava andare a caccia ed era forte e peloso fin dalla nascita, un vero maschio. A Giacobbe era stato dato alla nascita un nome che significa “soppiantatore, colui che prende il posto di un altro”, probabilmente perché, uscendo dal corpo della madre, stringeva con la manina il calcagno del fratello, come per prenderne il posto.

Esaù era diventato un uomo che lavorava nei campi, mentre Giacobbe preferiva stare tranquillo vicino alle tende con la mamma (pur essendo ebreo, si comportava da italiano e mammone!).

A Rebecca, prima che i gemelli nascessero, Dio aveva predetto che Esaù, il maggiore, avrebbe servito il fratello minore, Giacobbe (Genesi 25:23).

Forse lei lo aveva detto a Giacobbe, ma non sembra che Isacco lo sapesse, o forse lo aveva dimenticato. In ogni modo, Giacobbe, che oltre che mammone era un tipo sveglio e traffichino, un giorno, approfittando del fatto che Esaù aveva una fame da lupo e avrebbe dato qualsiasi cosa per del cibo, gli propose di barattare con lui il diritto alla primogenitura per un bel piatto di minestra di lenticchie. Non fu solo una bravata o uno scherzo fra fratelli, come quando si scambano le figurine, ma un vero patto.

La Lettera agli Ebrei afferma: “Nessuno sia fornicatore o profano come Esaù che per una sola pietanza vendette la sua primogenitura. Infatti sapete che anche più tardi, quando volle ereditare la benedizione, fu respinto, sebbene la richiedesse con lacrime, perché non ci fu ravvedimento in lui” (12:16,17).

Passa del tempo e Rebecca sente Isacco, che era ormai molto vecchio e cieco, mentre dice a Esaù di preparargli una buona pietanza, dopo di che, lo avrebbe benedetto, per ufficializzare la sua posizione di erede primogenito. Rebecca passa al contrattacco e, insieme con Giacobbe, imbastisce uno stratagemma per ingannare il padre. Una brutta storia di bugie e di inganni che finisce con Giacobbe che riceve la benedizione, ma che deve fuggire dalle ire del fratello, con Isacco ingannato e con Rebecca che è costretta a separarsi dal figlio prediletto, che non rivedrà più. Se avessero lasciato che Dio mandasse ad effetto i suoi piani, forse avrebbero evitato molti problemi. Chi può sapere?

Giacobbe fugge, ha paura, va a abitare con un zio, abbastanza disonesto pure lui, che lo sfrutta e che lui inganna. Poi prende in moglie due figlie dello zio, le quali vivono una vita di ripicche e gelosie reciproche. Tutta questa storia, e altri particolari, si trovano nella Genesi, nei capitoli 27-31. Non è un racconto ultra-edificante.

Finalmente Giacobbe decide di tornare da suo padre, con servi, mogli e figli, armenti e ricchezze. Imbastisce una riconciliazione con suo fratello, ma è terrorizzato lo stesso. Invoca Dio, ma le sue parole sono un misto di timore di Dio, paura, angoscia e rimorso.

Una sera rimane solo sulla riva di un torrente. La Genesi (cap. 32) racconta che un “uomo” lottò con lui tutta la notte. Era Dio stesso che voleva fare di lui un uomo nuovo, diverso. Probabilmente in quella lotta fece rivivere a Giacobbe tutti i suoi imbrogli, le sue bugie, i suoi sotterfugi. Giacobbe resiste (quanto ci assomiglia!), ma Dio insiste e finalmente lo colpisce a un fianco così forte da renderlo sciancato per la vita (se non capisci con le buone, Dio ti parla con le cattive).

Allo spuntare dell’alba, Dio sta per allontanarsi. E Giacobbe dice: “Non ti lascerò andare, finché tu non mi abbia benedetto”. Aveva capito che quell’uomo era speciale.

Dio gli chiede: “Come ti chiami?”.

“Giacobbe.”

In quel nome c’era tutta la radiografia del carattere e della vita di Giacobbe e Dio lo ha portato al punto di rendersi veramente conto che era quello che il suo nome diceva: un usurpatore e un imbroglione. Se non ammettiamo di essere peccatori perduti, non possiamo avere armonia con Dio.

Dio allora gli disse: “Il tuo nome non sarà più Giacobbe (soppiantatore), ma Israele (Dio lotta) perché hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto”. La vittoria spirituale sta nella resa.

“E tu come ti chiami?” chiede Giacobbe.

Dio non gli risponde, ma lo benedice. Giacobbe finalmente capisce e dà un nuovo nome a quel luogo. Lo chiama Peniel, che significa “faccia di Dio” e spiega: “Ho visto Dio a faccia a faccia e la mia vita è stata risparmiata”.

Il racconto ha un gran finale, come in un film di una volta, quando il bene trionfava sulla cattiveria: “Il sole si levò quando ebbe lasciato Peniel”.

Per Giacobbe, cominciava una nuova vita, anche se zoppicava. Il peccato lascia sempre il segno. Ma è meglio vivere da zoppi, che passare l’eternità nell’inferno da dritti.
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