Mi fermerà solo una pallottola o la prigione!

Ecco il seguito della storia di Levi, un mio pronipote americano, il bravo bambino che non voleva andare all’inferno. Dopo la separazione dei genitori, ha cominciato a scantinare... Ma lascio la parola a lui (di nuovo i corsivi sono miei).


Vi ho detto che tutto quello che mi importava era lo sballo. Vivevo per farmi. Mi piaceva anche la musica e ha cominciato a piacermi il rap e l’heavy metal. Mi piaceva perché mi stordiva e eccitava. Dopo un po’ di tempo, mi sono convinto che a nessuno importava di me e di quello che facevo, perciò mi sono buttato nella droga sempre di più. I miei veri amici mi sembrava che fossero la musica e la droga. Dopo tutto, sugli amici non ci puoi sempre contare e i miei due amici erano quelli: musica e droga. Mi tenevano per mano. Ogni tanto cercavo di fermarmi e di non farmi più, ma non ci riuscivo. E, in ogni modo non mi pareva di fare niente di male.

Di rado, ma molto di rado, andavo in chiesa con mio padre. Quando ci andavo, mi ricordo che, in macchina, potevo appena aprire gli occhi, tanto il sole mi dava fastidio. Così li chiudevo e mi venivano in mente le parole (di Gesù) che mia nonna mi aveva detto una volta: “Le tenebre odiano la luce”. Ma non me ne importava. Andavo in chiesa solo per far piacere a mio padre, e non vedevo l’ora che la riunione finisse, non ascoltavo quello che predicavano e con la gente, che cercava di parlarmi, facevo finta che tutto andasse bene. Mi stavo distruggendo da solo, ma l’heavy metal si accordava perfettamente con la mia vita. È incredibile l’effetto che quella musica ti può fare.

Nell’aprile 2008, sono andato con mio padre a visitare degli amici in Pennsylvania. Avevo deciso di non portarmi della roba di nascosto, sebbene avrei potuto farlo. Ho pensato che l’aria fresca delle montagne mi avrebbe fatto bene e stare via dalla droga mi avrebbe schiarito un po’ la mente. (Onestamente, volevo solo abbassare un po’ la mia tolleranza e prendere droga alla grande una volta tornato a casa nello stato di New York).

Mentre ero in Pennsylvania ho conosciuto un tipo che si chiamava A.J. Era un credente in Cristo, “nato di nuovo”, e quanto era eccitato quando raccontava la sua storia a mio papà e a me. (“Nato di nuovo” significa che aveva avuto un’esperienza di fede personale in Cristo e aveva capito di essere un peccatore bisognoso della grazia di Dio e della salvezza.)

A.J. era stato dentro e fuori dalla prigione, aveva preso molta droga, ma diceva che era cambiato totalmente grazie a Gesù. Mentre lo ascoltavo, pensavo che mai sarei arrivato al punto a cui era arrivato lui, ma sotto sotto ho visto un quadro di come sarei potuto diventare. Però non bastava a farmi cambiare idea. Non vedevo l’ora di tornare dai miei amici a New York.

Quando sono tornato a casa, mi sentivo un po’ diverso e ho chiesto a un amico: “Mi trovi diverso dopo che sono tornato?” “Un po’” mi ha risposto. Forse Dio stava lavorando in me, ma non lo sapevo.

Una sera sono andato dal mio migliore amico e sono rimasto un po’ con lui. Mi ha parlato di un ragazzo che lo aveva derubato e ha detto che gliela voleva far pagare cara. Io gli ho detto che anch’io volevo fare sul serio e drogarmi sempre di più. Ho detto all’amico che se aveva bisogno di menare o rubare poteva contare su me. Le cose stavano diventando serie. Ma avevo deciso di fare soldi a tutti i costi e non mi importava di niente.

La sola cosa che mi avrebbe fermato era un pallottola in testa o la prigione.

Ma mi aspettava una bella sorpresa. Ve la racconto la prossima volta. Ciao.

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