Amore è... 7 — Non faccio per vantarmi...

Nei miei ricordi di scuola media, c’è una poesia che descriveva un cavaliere ingnorante e superbo che finiva la sua tirata dicendo: “Non faccio per vantarmi, ma oggi è una bellissima giornata!”

Di gente così al mondo ce n’è tanta. Dopo un po’ che si sta con loro, si sa che cosa hanno fatto negli ultimi dieci anni, che hanno uno zio ingegnere, un nonno avvocato e che sono andati a pranzare con un deputato. Naturalmente hanno girato il mondo, dalla Thailandia alla Nuova Zelanda, oppure hanno rinunciato a farlo, per i troppi impegni di lavoro e perché senza di loro il mondo non gira.

La parola che risalta tutto il tempo è “io... io...io” (che ricorda un certo verso di animale).

L’apostolo Paolo, nel descrivere l’amore vero, quello che viene da Dio, ha detto che “non si vanta e non si gonfia”.

Vantarsi significa attribuirsi meriti reali o immaginari e “gonfiarsi” significa pavoneggiarsi e mettersi in mostra, sentendosi superiori agli altri. Sono sintomi di un problema che si chiama orgoglio. Un problema, purtroppo, sempre latente, se non evidente, in ognuno di noi.

Il Libro dei Proverbi (cosa faremmo senza quel libro?) parla di alcune cose di cui ci vantiamo.

“Molta gente vanta la propria bontà, ma un uomo fedele chi lo troverà?” (20:6). Certe persone sembrano dire: “Guardatemi bene: avete visto la perfezione!”

“Cattivo! Cattivo! Dice il compratore; ma andandosene, si vanta dell’acquisto” (20:14). Bello sentirsi furbi e vantarsi delle proprie capacità nel contrattare e farla in barba al prossimo.

“Nuvole e vento, ma niente pioggia; ecco l’uomo che si vanta falsamente della sua generosità” (25:14). Evidentemente era un tipo che teneva tutto per sé, ma faceva finta di dare molto.

“La conoscenza gonfia” ha scritto l’apostolo Paolo ai credenti di Corinto (Prima lettera 8:1). Fra i membri di quella chiesa, alcuni pensavano di sapere tutto e di poter fare la lezione a chiunque, quanto alla fede. Altri si vantavano, invece, di essere magnanimamente larghi di vedute e tolleravano il male (1 Corinzi 5:2). Orgogliosi fino all’osso, in tutti e due i casi.

L’orgoglio cerca di imporre le proprie idee e vuole dominare e avere sempre ragione. Si impunta su questioni di poca importanza. È legalista e molto spesso porta, nelle chiese, la falsa dottrina.

Che cosa pensa Dio dell’orgoglio? Ascoltiamo e tremiamo!

“Io sterminerò chi sparla in segreto del suo prossimo; e chi ha l’occhio altero e il cuore gonfio non lo sopporterò!” (Salmo 101:5).

Di versetti simili ce ne sarebbero a decine. Ma questo può bastare.

L’orgoglio ha fatto cadere Lucifero e molti potenti (vedi il re Erode, Atti 12:21-23). L’orgoglio manda in rovina chiunque non se ne pente davanti a Dio e non gli chiede perdono.

Per chi si umilia, contando invece solo sulla grazia di Dio, c’è speranza. Dio indica come imbrigliare la brutta bestia.

Il re Davide ha esclamato: “Il mio cuore non è gonfio di superbia e i miei occhi non sono alteri; non attendo a cose troppo grandi e troppo alte per me... io ho calmato la mia anima, com’è quieto il bambino divezzato sul seno di sua madre” (Salmo 131:1,2).

Per un re, mica male! Quando ci prendiamo le misure e onestamente capiamo di valere poco (anzi niente), troviamo piena soddisfazione e pace nel Signore.

L’apostolo Paolo, poi, esortava i Romani, scrivendo loro (12:3), a avere un concetto equilibrato di loro stessi. Tutti abbiamo delle capacità e dei doni. Usiamoli con piena gioia e riconoscenza, sapendo che non ce li siamo autofabbricati, ma che sono venuti da Dio. Allora che vanto c’è? C’è posto solo per la gratitudine.

In un’altra occasione, Paolo ha scritto ai credenti della chiesa di Filippi 2:3: “Non fate niente per vanto o vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri più di se stesso”. Questo vuol dire, in parole semplici, che dobbiamo abituarci a considerare gli altri più importanti di noi. Imparare a servire, anziché aspettare che gli altri ci servano.

E ciliegina finale, torniamo alla lettera ai Romani (7:18), e poi ascoltiamo anche Pietro per un ultimo ridimensionamento.

“Io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene” ovvero tutto quello che posso fare di bene è sempre imperfetto e, in ogni modo, lo faccio solo perché Dio mi ha permesso di farlo.

E “Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (1 Pietro 3:5).

Ci sentiamo alla prossima. L’amore non finisce qui. Ciao!

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